Il profeta Ezechiele – il cui ministero si esercita tra il 590 e il 570 a.C. – è un sacerdote che condivide con il suo popolo l’esperienza dell’esilio; nel 587 infatti, dieci anni dopo un primo assedio, Gerusalemme è saccheggiata e distrutta dagli eserciti di Nabucodonosor, e tutti i sopravvissuti sono deportati in Babilonia.
Per la fede d’Israele è il momento angoscioso della prova (Ezechiele 36:16)
La situazione di Israele, deportato in terra straniera, è un po’ la situazione del credente di ogni tempo: il male presente nel mondo pare una sfida all’amore sempre fedele del Dio in cui crediamo. In particolare la società e il clima culturale circostante appaiono molte volte al credente d’oggi come un ‘paese straniero’, la Babilonia che mette in crisi la fede. In questa situazione è possibile comportarsi in due modi, esattamente come i deportati di Ezechiele.
C’è chi, per superare la sofferenza del sentirsi estraneo rispetto a un certo modo di pensare e di agire, scende al com-promesso, e accetta sostanzialmente la logica imperante. Così, in pratica, smarrisce la fede, pur conservando eventual-mente l’abitudine formale di alcuni atti esterni di culto.
E’ il peccato dell’infedeltà e dell’idolatria, ricorrente nella storia di Israele e puntualmente stimmatizzato da Dio stesso nel capitolo 36 di Ezechiele. In ogni caso, alla radice sta pur sempre il peccato dell’origine, cioè l’atteggiamento superbo della creatura che intende sostituirsi al suo Creatore. Si può vedere in questo senso, quanto Dio stesso fa dire da Ezechiele al re di Tiro: “Con il cuore gonfio di orgoglio, hai affermato di essere un dio, e hai preteso di sedere come un dio su un trono circondato dai mari. Ma sei solo un uomo, e non un dio, anche se credi di essere uguale a Dio …” (28:1)
Prevale, in una parola, la logica di chi pretende di salvarsi da sé, e in questo sforzo elabora idoli, fantasmi e illusioni. Di fatto l’uomo tradisce se stesso e la propria libertà esatta-mente nella misura in cui rifiuta di riconoscere in Dio l’unico Salvatore.
E c’è anche chi, rac-cogliendo la sfida di Babilonia, rimane coerente nella propria fede, convinto di doversi porre come coscienza critica, come alternativa di fronte al modo comune di pensare e di agire: lungi dallo scendere al compromesso, la fede in Dio ne esce purificata, come temprata dal fuoco di una prova.
La Babilonia di Ezechiele – come la grande città di oggi – resta una sfida per il credente: ma una sfida che diventa il crogiuolo della fede, una sfida che ‘costringe’ ad aprirsi al progetto di Dio e ad impegnare per esso ogni giorno della vita.
Anziché gemere sul suo tempo ed elaborare visioni apocalittiche di cataclismi universali, il credente dovrebbe ricordare che la grande città dei nostri giorni può essere, si, la Babilonia della perdizione; ma che essa deve diventare – in nome della nuova alleanza irreversibilmente stabilita dal sangue di Gesù Cristo – la Gerusalemme verso cui siamo avviati: e questo implica per il credente uno sforzo generoso e costante nell’animazione cristiana delle realtà terrestri.
E’ questa la serietà della fede nel Dio della speranza: il Dio che ‘sta davanti’ al suo popolo, e che – mentre indica in ogni istante e in ogni occasione un futuro di salvezza – non si lascia catturare e ridurre nelle prospettive anguste degli uomini.

Il progetto di Dio è sempre nuovo e imprevisto: la fede dell’uomo va sempre purificata e convertita.
Thoreau recognized that there is implanted in the human soul by its Creator a desire for truth and beauty that makes the commercial and social round that circumscribes the lives of most men deeply unsatisfying. He sought his escape by turning to nature. Yet, he only lived in his cabin in the woods for two years: just long enough to gather material for his book. If what he wrote were true, if contemplating the flora and fauna of the forest were sufficient for the human spirit, he would not have returned to the town, nor would he have bothered to write his book. But nature is not sufficient for the human spirit. Man can no more be sustained by nature than by artificial distractions. Perhaps that is why devout environmentalists are always seeking new causes and usually appear so intensely unhappy: they have placed their hope in something not only lesser than God, but lesser than the human soul. How can a Divinely created intellect rest content to expend its gifts on saving the rarotonga starling or protecting the habitat of the dwarf lake iris?
But it is the world of work where most try vainly to find fulfillment. This preoccupation with keeping ceaselessly busy is sometimes called The Protestant Work Ethic. I think this is a telling phrase. Why do we never hear of the Catholic Work Ethic? Are Catholics comparatively lazy? And why is work an ethic, which is a secular or philosophic term, instead of a moral virtue, which is proper to religion?
for sin, as is the degeneration and death of our flesh. The Protestants often curiously forget what’s in the Bible.
Una mattina, con la corolla ancora abbellita da stille di rugiada, sollevò il capo, si guardò attorno e vide una rosa alta e avvenente che si ergeva superba nello spazio, come una torcia ardente su una lampada di smeraldo.
La Natura udì la conversazione tra la viola e la rosa, si avvicinò e disse: ‘Che cosa ti è successo, viola, figlia mia? Le tue parole e le tue azioni sono sempre state umili e dolci. Forse la Cupidigia ti è entrata nel cuore e ti ha intorpidito i sensi?’ La viola rispose con voce supplichevole: ‘Madre grande e misericor-diosa, piena d’amore e di comprensione, ti prego con tutto il cuore e con tutta l’anima, accogli la mia richiesta e consentimi di essere una rosa per un giorno’. La Natura rispose: ‘Tu non sai quello che vuoi; non ti rendi conto della sventura che si nasconde dietro la tua cieca ambizione. Se tu fossi una rosa ne avresti solo dispiaceri e te ne pentiresti, ma non servirebbe a niente’. Ma la viola insisté: ‘Trasformami in una rosa alta, perché voglio poter sollevare la testa con fierezza. Me ne assumo la responsabilità, non importa quale sarà la mia sorte’. La Natura acconsentì, dicendo: ‘Esaudirò la tua richiesta, viola ribelle e ignorante. Ma se ti colpirà la sventura, la colpa sarà solo tua’. E la Natura allungò le sue dita magiche e misteriose e toccò le radici della viola, la quale si trasformò immediatamente in un’alta rosa, svettante su tutti gli altri fiori del giardino.
La rosa tacque per un istante poi, con voce flebile, mista di com-piacimento e fierezza disse: ‘Ho vissuto un’ora come una rosa altera; per una frazione di tempo sono stata simile a una regina: ho visto l’Universo con gli occhi di una rosa; ho udito il mormorio del firmamento con le orecchie della rosa e ho toccato i lembi della veste della Luce con i petali della rosa. C’è qualcun altro, qui, che può rivendicare un simile onore?’ Ciò detto, chinò il capo e, con voce soffocata, disse: ‘Ora posso anche morire, poiché la mia anima ha conseguito il suo scopo. Finalmente ho esteso la mia conoscenza a un mondo che è al di là dell’angusta caverna della mia nascita. É questo il disegno della Vita … É questo il segreto dell’Esistenza!’

Certamente la consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato da parte di Pio XII (1942) è un avvenimento legato al dramma della seconda guerra mondiale, ma nello stesso tempo essa esprimeva la consapevolezza del Papa che la Chiesa era entrata in un conflitto decisivo, ben più ampio e tragico delle vicende belliche concluse nel 1945. Ecco infatti come si esprimeva – a guerra conclusa – il medesimo Pontefice il 13 maggio 1946, in occasione dell’incoronazione della Madonna di Fatima:
Pio XII è stato lungimirante: una ‘terza guerra mondiale’ di tipo spirituale si profilava già in quei tempi e sarebbe scoppiata pochi anni dopo la morte del Pontefice ed avrebbe provocato un danno umanamente irreparabile. La fede sarebbe stata distrutta e il Regno di Dio sarebbe stato rimpiazzato dal Regno dell’Uomo, in nome della laicità e dei diritti umani. Quanto alla morale cattolica è giocoforza che affossando la fede e con essa la centralità della Persona di Nostro Signore, anch’essa non possa che dissolversi poiché una legge non può sussistere laddove il Legislatore è bandito: proprio qui si colloca la grande illusione del cristianesimo moderno, ovvero l’illusione di vivere un’esperienza ‘pacifica’, una santificazione ‘tranquilla’, senza più il bisogno di abbracciare la croce e di lottare contro le conseguenze del peccato originale presenti nel mondo e dentro le membra di ciascuno di noi. E’ questa illusione diabolica che ha anestetizzato i cristiani, li ha resi indifferenti, facendo loro perdere il fervore e – apparentemente – la guerra stessa.
The ladder envisioned by Jacob, the stairway connecting heaven and earth with Angels ascending and descending, symbolizes the Old Testament mediation of Angels. They bring the saving power of God to humanity and invite individuals to step over the boundaries of the material world into the limitless world of God. In the world of ancient Israel, the fiery seraphim and cherubim were known as guardian figures of God’s heavenly throne, preventing full access to God’s presence, hiding God’s glory with their protective wings. Yet in the New Testament the Angels’ mediation is overshadowed by the perfect mediation of Jesus Christ. As both divine and human, his very being is the presence of God in the world and the perfect expression of humanity joined to God.
A further aspect of the mission of God’s Angels is their service as
Oggi noi diremmo che il fermarsi a soccorrere un ferito può comportare complicazioni e fastidi: bisogna andare al Com-missariato, dare il proprio nome, perdere mezza giornata di lavoro, con il rischio, magari, di essere sospettati di qualche responsabilità. Insomma, meglio tirare dritto.
E noi cristiani faremmo bene ad essere orgogliosi del sentimento della compassione, invece di vergognarcene, perché è un sentimento grande sulla terra: è ciò che ci fa scoprire i fratelli e ci rende simili a Dio. Per cui, ogni volta che qualcuno intorno a noi parla contro la compassione, pronunciandosi con durezza nei confronti del prossimo, dobbiamo prendere il coraggio a due mani e affermare il primato della compassione.











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